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La Storia

Risulta difficile delineare una storia di PAULARO sulla base di fonti certe: pochissimi sono i documenti che si sono salvati dalla distruzione dovuta ad eventi catastrofici, come l’incendio di Villamezzo nel 1709 che bruciò tutta la documentazione della Villa di mezzo, allora Comune, o dall’incuria.

La Chiesa dispone di una documentazione piuttosto ricca, solo parzialmente analizzata fino a questo momento. Tuttavia alcuni fatti sono riportati in repertori attendibili e consentono di fare alcune affermazioni con sufficiente grado di sicurezza.
I reperti più antichi che testimoniano la presenza dell’Uomo sono forse alcuni oggetti di selce del Paleolitico medio comparsi tra Lanza e Valdolce ed altri, dello stesso tipo, classificati come oggetti del Mesolitico recente (5500-4500 anni fa) emersi a Valbertad.

Gli scavi di Misincinis rappresentano un momento di storia documentata più ricca di informazioni circa insediamenti preromani. Abbastanza certa è la presenza romana. Nella Guida della Carnia, Giovanni Marinelli cita reperti di cui non si conosce il destino: monete romane, fibule e altro. Testimonianze della tarda romanità sarebbero una tomba rinvenuta a Misincinis e resti di una strada lastricata nella località Chiastilirs, ad est di Paularo, nelle vicinanze di Dierico.

I primi nuclei abitati, premesse degli attuali insediamenti, non avrebbero subito grandi vicende storiche nel Medioevo. La storia delle chiese è abbastanza documentata, visto che la vita religiosa era strettamente legata alla Pieve di Illegio. Notizie poco certe sono anche quelle che riferiscono di battaglie contro i Turchi nel 1478 sui Piani di Lanza, con i cittadini d’Incaroio vittoriosi, grazie ai massi che avrebbero fatto precipitare sulle feroci milizie, battaglia che ha ispirato una grande tela di Raimondo Valesio che decora una parete della Sala consiliare del Comune. Studi approfonditi non trovano traccia della battaglia di Lanza, ma solo di un eventuale transito durante il trasferimento dei Turchi da Moggio alla Valle della Gail. Il toponimo ha suggerito la conferma di una sanguinosa battaglia e punte di lance sarebbero state trovate (il condizionale è d’obbligo). Ricerche specialistiche dimostrano che il nome è di qualche secolo più antico: agli anni 1070-1080 risale un documento nel quale si cita Lancs montem qui determinat versus Caruntiam; altre citazioni sono quelle del 1091 montem ununm Lanhs; del 1136 et montem unum qui appellatur Lanz; del 1149 montem Lans, ecc., accanto ai toponimi tedeschi Lanzenboden e Lanzenkopf, attestati verso la fine del ’400. Esso è inoltre sovente menzionato nei documenti medievali che si riferiscono ai confini dell'Abbazia di Moggio e nelle guerre fra Venezia e l'Austria.

Storia più documentata è quella legata al dominio della Repubblica veneta che sostituì il dominio patriarcale. Un’interessante testimonianza è conservata su una cippo che riporta scolpito il Leone della Serenissima e lo stemma del Ducato di Carinzia. Datata 1777 si trova vicino alla malga di Valbertad bassa ed è comunemente nota come il Cippo di Maria Teresa.

La presenza veneziana ha lasciato tracce ben più interessanti nella gestione del territorio: dal governo dei boschi (fu proprio Venezia ad introdurre il cadorino taglio per pedali che garantisce la stabilità dei versanti, ma anche l’utilizzo economico dei boschi di conifere) alle difese spondali dei corsi d’acqua, all’introduzione di colture fondamentali per la vita delle popolazioni come quelle del mais, dei fagioli e della patata, per non dire delle architetture. Il periodo fu fiorente e all’origine di un ampio incremento della popolazione e delle attività economiche in tutta la vallata. Mentre la Serenissima si apprestava a lasciare il suo dominio, Paularo risentì positivamente della grande intuizione imprenditoriale di un suo illustre cittadino: quel Jacopo Linussio che, nato a Villamezzo, creò un’industria tessile di rilevanza europea. I bilanci familiari trovarono occasione di cospicua integrazione grazie al lavoro che, soprattutto le donne, facevano per gli agenti della grande Fabbrica Linussio.

La Necropoli di Misincinis

Reperti in bronzo trovati negli scavi della necropoli di Misincinis
Reperti in bronzo trovati negli scavi della necropoli di Misincinis
Fibula trovata negli scavi della necropoli di Misincinis
Fibula trovata negli scavi della necropoli di Misincinis
Anelli decorati trovati negli scavi della necropoli di Misincinis
Anelli decorati trovati negli scavi della necropoli di Misincinis

A nord-est di Paularo, c’è Misincinis.
Molti ritenevano che l’origine del toponimo fosse da ricercare in Missus in cinere (cimitero). Gli esperti ci dicono che ciò è inverosimile, tuttavia la necropoli gallica, qui scoperta di recente, deporrebbe a favore di un celtismo.
Nel corso di piccoli lavori effettuati nel giardino di casa di Patrizia ed Alido Clama, posta in una posizione piuttosto decentrata, vennero alla luce dei reperti che non erano riconoscibili come consueti. Interessata la Sovrintendenza ai beni archeologici del Friuli Venezia Giulia, questa ha promosso campagne di scavi tra il 1996 e il 1999.
Per la prima volta in Carnia è stata così individuata e descritta scientificamente una necropoli preromana, risalente a circa 2600 anni fa.
La necropoli è costituita, allo stato attuale, da ben 145 tombe ad incinerazione.
Le tombe, sovrapposte le une alle altre, presentavano differenze sensibili sia per quanto riguarda il rituale che per le caratteristiche del corredo.
Le più antiche sepolture risalgono al tardo VIII secolo a.C. e sono contemporanee ad altre necropoli dell’area alpina sudorientale (Caporetto, Tolmino, Pozzuolo).
Le più recenti sono invece da datare verso il IV secolo a.C. Gli oltre 800 oggetti raccolti e catalogati sono soprattutto d’ornamento e comprendono fibule, spilloni, ganci di cintura, pendagli.
Non mancano coltelli in ferro a dorso ricurvo: uno, ed è il reperto più importante, è ancora inserito nel fodero, sempre in ferro e riccamente decorato.
Il materiale più abbondante è in bronzo: anelli decorati, armille a capi sovrapposti.
Non mancano pendagli ispirati a divinità solari, con ruote dentate, quelli zoomorfi e quelli, preziosi, antropomorfi.
Ogni sepoltura conteneva una o più perle: preziose in ambra o pasta vitrea, di vari colori, azzurre, gialle o verdi.
Il reperto più originale è una fibula chiamata dagli esperti “Paularo” perché non ha altri riscontri nei reperti coevi: si tratta di una Tierkopffibel decorata a cerchielli sulla staffa. Materiali del III-I secolo a.C. rinvenuti, tra cui una spada in ferro, lasciano ipotizzare una probabile presenza di popolazioni celtiche transalpine.

Personaggi

JACOPO LINUSSIO (1691-1747)

Jacopo Linussio, nato a Paularo nella frazione di Villamezzo, ha saputo sviluppare un'industria tessile che, nel momento storico, era di rilievo mondiale;
la storia dell'arte tessile in Carnia è legata al suo nome. Infatti, pur avendo origini molto antiche, questa si radicò agli inizi del '700 per protrarsi fino alla fine del 1800. Il grande impulso allo sviluppo della tessitura si deve proprio all'eccezionale talento e alla capacità imprenditoriale di Jacopo Linussio, che creò nel giro pochi anni un complesso manifatturiero primo in Europa: si pensi che, nella prima metà del '700, occupava oltre trentamila addetti e che, nel solo stabilimento di Tolmezzo, contava oltre millecento telai.
Questa importante opportunità di lavoro e di reddito migliorò notevolmente le condizioni economiche e sociali delle famiglie di buona parte della Carnia. La Repubblica di Venezia, politicamente accorta al fenomeno, sosteneva e agevolava l'industria, treandone a sua volta indubbi vantaggi economici di vario genere. Linussio aveva acquisito le prime esperienze all'estero; tornato in patria iniziò coi primi impianti di filatura e tessitura di lino a Moggio e Tolmezzo. Quest'ultimo, ampliato molte volte nel corso degli anni, diventerà un vero e proprio opificio.
La vera intuizione di Linussio fu però quella di creare una rete di tessitori a domicilio sul territorio, fornendo loro la materia prima - lino e cotone - e curando poi la raccolta del prodotto finito e la sua commercializzazione.
Il lino veniva coltivato in una sua tenuta di trecento ettari presso San Vito al Tagliamento e filato nei paesi circostanti. A Moggio aveva impiantato uno stabilimento per la purga e il candeggio della fibra, che era importata dalla Slesia e da altre regioni danubiane e balcaniche. A Tolmezzo, infine, funzionava il grande stabilimento per la tintura e la tessitura. La produzione veniva smerciata tramite magazzini impiantati dallo stesso Linussio a Napoli, Cadice e Costantinopoli.
Altra felice intuizione del Linussio fu diversificare il prodotto: infatti, accanto ai tessuti di pregio ricercati, commercializzava tessuti più a buon mercato e destinati a soddisfare i bisogni di una popolazione europea sempre più in crescita.


GIACOMO SBRIZZAI "Cròciul" (1861-1941)

Visse ed operò soprattutto a Paularo (Villamezzo), salvo brevi periodi passati a Venezia, Parma e Torino per eseguire alcuni lavori presso privati. Deve il suo nome all'abitudine di appoggiarsi sempre ad un bastone. Piccolissimo di statura (e la causa va forse ricercata in un incidente avuto ad un anno e mezzo). Poco più che adolescente si diletta di pittura andando a dipingere vecchie tele scartate dallo zio Carlo Sbrizzai (Sandron ?). Più tardi incomincia ad intagliare e a farsi conoscere per i suoi lavori anche fuori Paularo, Ha frequenti contatti con il barone Craighero di Valdajer per il quale esegue opere sia al castello che a Cividale e a Udine. Diventa suo commissore il sindaco Giacomo Soravito dei Franceschi e, per far fronte alle commissioni sempre più numerose, la sua bottega si trasforma in una piccola fabbrica-scuola. Si intagliano cassapanche, camere da letto, sale da pranzo, studi che vengono venduti a Tolmezzo, Udine, Venezia, Trieste, Firenze, Roma. A Paularo si trovano presso case private dei notevoli esempi di mobili intagliati.


NASCIMBENI BERNARDINO (1872-1951)

Fu il più grande pioniere e fautore del progresso in Paularo. Impiegato in qualità di ufficiale postale, nel tempo lasciatogli libero dal lavoro, affascinato dalla fotografia aprì il primo studio fotografico a Paularo. Nel 1911 eresse, tutto solo, il primo impianto di elettricità in paese facendo gridare al miracolo una popolazione abituata alla luce dei lumi a candela. Ma ancora: introdusse il cinematografo dandone un saggio a palazzo Fabiani, fondò la prima radio e promosse il primo servizio di autocorriere da e per Tolmezzo. Buon musicista e poeta, mise in note e rime le bellezze di Paularo e della Carnia e fondò il promo complesso bandistico. Morì a Paularo nel 1951, con espresso desiderio d'essere sepolto in terra comune e chiedendo che a riconoscimento di quanto aveva fatto con l'apporto dell'elettricità, il Cristo del cimitero fosse illuminato in perpetuo.

GIACOMO BELLINA "Jacun da Palanche" (1913-1984)

Era pittore e decoratore di interni ed esterni di case. Si avvicina, nei mesi invernali, all'intaglio frequentando la bottega del "Cròciul". Nel 1936 si sposa; lo stesso anno viene richiamato alle armi e va in Grecia e in Russia. Rientra definitivamente nel 1944. Ha due figli: Diomira e Silvano. Nel 1967 un infarto lo costringe ad abbandonare la sua professione; da questo momento si dedicherà completamente all'intaglio. Contemporaneamente dipinge molti quadri, alcuni dei quali si trovano nella sua casa di Villafuori. Negli.anni '70 dirige la scuola di intaglio dell'ACLI di Paularo.


GIACOMO SEGALLA "Crodi"(1913-1990)

Si formò presso la bottega del noto Giuseppe Di Piazza di Gemona del Friuli dove apprende con entusiasmo i segreti della foto di studio, per la quale il suo maestro era noto in tutta la provincia. Vi restò poco più di un anno: in quel breve lasso di tempo aveva appreso tutto su illuminazione, posa, espressione del soggetto, direzione dello sguardo, tempi di posa. Rientrato in paese apre uno studio costruito dal padre sul modello di quello gemonese ed inizia l’attività di ritrattista dedicando ai famigliari le prime lastre. Ben presto però capisce che il suo interesse va al di là del ritratto di studio: gli piace l’idea di narrare la storia del paese, il suo paesaggio, le attività dei suoi paesani, la fatica delle donne, il sorriso dei bambini, i loro giochi. Lo fa caricandosi in spalla l’ingombrante macchina fotografica. Da allora fu il suo mestiere quello di essere puntualmente presente a documentare fatti, eventi, vita di paese, paesaggi. L’archivio che ha lasciato è straordinariamente ricco: in ogni foto traspare la duplice esperienza del fotografo: testimone ed interprete dell’evento ripreso. Le foto dei primi decenni di attività, quando la penuria di materiale, la sua qualità e la tecnologia a disposizione gli impongono tempi lunghi di esecuzione, riflessioni profonde, risultano quelle più creative, volte come sono a tradurre in immagine frammenti di realtà. Pur non trattandosi di documenti storici, le foto di Segalla rappresentano un discorso di storia, fatto con stile personale, asciutto ed acuto insieme.

La vita quotidiana, il costume, la cultura materiale, i riti, le cerimonie, sono i piccoli capitoli della narrazione storica, capitoli in cui i protagonisti, ovvero le singole immagini, sono ricche di valore informativo, capaci di garantire complete restituzioni conoscitive. Grazie alla forza di critica rappresentazione che Segalla ha saputo sempre imporsi nel definire i particolari dei suoi soggetti, possiamo oggi ricostruire vicende che hanno contribuito a modificare strutture socio economiche della vallata d’Incaroio.

L’artista affiora in molti suggestivi paesaggi dove la preoccupazione della documentazione dell’oggetto è largamente superata dalla vena creativa, dalla preoccupazione di fissare l’emozione; il cronista puntiglioso e discorsivo prevale invece in quelle foto in cui narra del lavoro nei campi, nel bosco, quando con compiacimento allarga il campo dell’immagine per poter includere le distese di tronchi, fonte di ricchezza per la vallata e garanzia per molte famiglie, quando partecipa alla gioiosa solidarietà di folle di lavoratori che assicurano la ricostruzione del vitale “ponte di ferro” o, più modestamente, posano orgogliosi dopo aver portato a termine il tetto (il “cuvierti”) sulle misere mura in pietra della casa del poco fortunato emigrante.

E’ il tema della solidarietà che torna spesso nelle immagini del Segalla come per la posa della prima pietra dell’asilo o per la costruzione della latteria sociale e turnaria, foto che testimoniano una comunità saldamente unita. Egli si sentiva un testimone fra la sua gente e da qui nasceva la sua ostinazione nella ricerca del soggetto da rappresentare, per cui il suo archivio rappresenta un’indagine in cui nulla, nessuna attività, nessun angolo nascosto, nessuna espressione indispensabile, nessun luogo da raccontare ed esprimere viene trascurato: intagliatori, abilità di cestai, l’arrotino, la donna che fila, le capre al pascolo, la teleferica, i boscaioli, le pause per un dialogo di vita, le processioni, la veglia funebre, i giochi dei bambini, la sofferenza degli anziani… Riccardo Toffoletti che ha sempre apprezzato il lavoro di Giacomo Segalla, ricorda con particolare emozione «una insolita e convenzionale fotografia: raffigurava una donna anziana vestita di nero, con una gerla in schiena e il rastrello in mano, caduta per la fatica sull’orlo di un prato e proprio sotto una croce. L’atteggiamento della donna appariva richiesto, la posa voluta e ciò indicava che erano due, lei e il fotografo, i protagonisti dell’mmagine; ma la rappresentazione dimostrava che l’autore cercava di rendere pensieri segreti e forti significati. Questa pretesa e questa tenacia lo hanno fatto diventare un convinto testimone».


Altri personaggi che hanno dato lustro a Paularo:

SCALA ANTONIO (1871 - 1954)

"NETU" Giovanni Canciani (1883 - 1961)

"GJUTI" Tarussio Luigi (1912 - 1982)